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Inside

Una specie di limbo a colori (cit.)

Inside

Sono mesi che volevo provare questo titolo e mi sembra di aver atteso la fine dello sviluppo per anni, quando in realtà è stato presentato solo nel 2014. La brama di metterci le mani pacioccose sopra mi ha offuscato la mente? Forse sì, più che altro perchè le belle impressioni che avevo avuto quella notte in cui iniziai e finii Limbo con un mio amico ancora me le ricordo, e dagli stessi creatori mi aspettavo un’evoluzione di quel loro modo di fare giochi. Non so dirvi sul serio se ci sia stata una crescita rispetto al loro primo gioco del 2010, ma andiamo per gradi.

Cos’è?

Inside è una breve avventura che dura circa 4 ore e si esprime come un platform in 2,5D. Il ragazzino che impersoniamo infatti si può muovere solo in 2 dimensioni, mentre i fondali sono strutturati secondo sovrapposizioni di piani in 2D, oppure disegnati in 3D, ma con elementi interattivi come nemici e azioni che possiamo osservare quasi da spettatori, senza poter realmente intervenire. Allo stesso tempo però dovrete stare attenti in certe situazioni perchè ciò che sta sullo sfondo, se si accorge di voi, potrà rincorrervi e venire a prendervi, rompendo così la “bidimensionalità”, mentre noi potremo scappare solo a sinistra, destra, in alto e in basso.
Il nostro viaggio inizia con questo ragazzino dalla maglietta rossa che scivola da un dirupo e sembra addentrarsi ai margini di un bosco, tra fogliame e tronchi d’albero. Faremo quindi subito da spettatori, notando degli esseri umani portati via in un furgone, ma saranno davvero uomini? E noi che ci stiamo facendo lì? Forse capire siamo scappati da un rapimento di massa, oppure siamo stati testimoni di qualche evento losco e per questo degli strani ceffi ci stanno cercando. Ma sarà così? Per una serie di motivi, all’inizio ho pensato che Inside fosse un horror/splatter basato sull’esplorazione per risolvere un ipotetico “caso”. Non vi dico se ci ho preso o meno, alla fine posso dirvi che la storia è molto complessa, più di quanto immaginato.

Fatto sta che Inside si lascia giocare molto bene. Si è spinti a non lasciarlo. Ti incolla parecchio allo schermo perchè si ha come l’impressione che da lì a breve si scopra davvero tutto o che la fine sia sempre dietro una nuova porta o superato un nuovo puzzle, e questo è un ottimo aspetto del gioco. La grafica a tinte piatte, con fondali che spesso si prestano a foto intriganti contribuisce non poco a confezionare questo titolo e a renderlo un gioiellino, un po’ come lo fu Limbo anni fa, ma in questo caso molto di più. Si vede un gran bel lavoro e una bella dedizione per il progetto, non c’è che dire. Inoltre nell’ambiente in cui ci muoveremo tuto è funzionale. Non c’è quasi niente lasciato al caso. Se c’è un leggero dislivello, è perchè potrà e dovrà essere sfruttato; se tramite una nostra azione vedremo delle scintille, è perchè il gioco ci sta comunicando che possono essere utili e non è solo per estetica e attenzione ai dettagli. Una cassa potrà sì servire per salire più in alto in alcune situazioni, ma non avrà sempre e solo quella funzione. Così come certi animali che troveremo lungo il nostro cammino, o una leva, o un portellone. I puzzle quindi sono ben strutturati, niente di difficile o complesso, ma piacevoli da risolvere e sicuramente mai frustranti. Le cose si fanno intriganti quando potrete anche pilotare un mezzo (una vera goduria vi giuro) e, quando vi sarà permesso, interagire con elementi e characters su altri piani dello sfondo.

Inside porta con sè anche degli elementi thriller: la voglia di risolvere i misteri, quel senso di oppressione e di chiusura, di ansia, fomentato da una colonna sonora che fa egregiamente il suo mestiere facendoci sentire ovattati quando serve o facendoci strippare con pochissime note ed effetti sonori taglienti. Mi è capitato, per farvi un esempio, di ripetere 4-5 volte uno stesso punto in cui morivo sempre perchè attaccato da un cane che mi inseguiva: ad ogni morte mi sono venuti i brividi. Chapeau.
Tutta questa linearità e scorrevolezza della storia è affiancata da un gameplay ed un utilizzo dei tasti veramente minimal. Pad della One o della 360 alla mano, il nostro ragazzino può saltare con A ed eseguire tutte le azioni come trascinare oggetti con X, oltre al control stick per muoversi. Stop.

Il titolo dei 25 ragazzi di Playdead semba quindi un gran bel gioco che sicuramente va giocato e che divorerete, non c’è da porre dubbi su questo. D’altra parte però sembra anche voler fare qualcosa di più grande senza riuscirci. Imbastisce una trama coinvolgente e dei misteri che vogliamo risolvere e comprendere, ma che vengono troncati via senza un senso. Non fraintendetemi, nelle battute finali il gioco a parer mio acquista spessore, nuovi modi di risolvere puzzle e tanti begli effetti scenici d’impatto, ma poi finisce lasciando un vuoto. Fa quasi male. Anzi, mi ha fatto incazzare. Insomma se Limbo all’epoca mi fece incacchiare anch’esso come finale, per lo meno aveva un senso. Poteva non piacere e si poteva essere contrari sul senso della storia dato da Playdead, ma almeno c’era. Qui in Inside no. Esclamerete solo un gigantesco: perchè?? E poi fine.

7.5

Un articolo di gog3

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piace scegliere le vie difficili, difatti sono un grafico in Italia. Le cose si sono ulteriormente complicate quando Er Pupo mi ha chiamato per chiedermi se volevo unirmi alla banda dei Castori. In peggio. Spero, tramite le cose che scrivo e scriverò qui di incrementare l’odio che le persone hanno nei miei confronti. ODIATEMI, anche perchè uso le X al posto delle Z, ma cercherò di non farlo.

13 agosto 2016 Categoria: Comics Review

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