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Blackwell Series

Una retrospettiva sulle 5 avventure punta e clicca!

Blackwell Series

La pentalogia di Blackwell racchiude cinque avventure punta e clicca sviluppate con Adventure Game Studio da Wadjet Eye Games. Ritengo estremamente interessante il modo in cui Wadjet Eye Games e questa serie evolvano contemporaneamente nel corso dello sviluppo dei vari capitoli. Inoltre, ad incidere probabilmente sulla mia soddisfazione nel giocarci, c’è anche il mio conoscere la storia di Dave Gilbert, fondatore di Wadjet Eye Games e del suo team che, ad oggi, è tra quelli che seguo piu’ appassionatamente.

Dave Gilbert era appena all’inizio della sua carriera di sviluppatore di giochi d’avventura ed era partito con l’idea di rilasciare un gioco nuovo ogni sei mesi. Pero’ la quantita’ di lavoro divenne progressivamente maggiore ed è per questo che poi Wadjet Eye Games ha cominciato anche a fare da publisher, oltre che a sviluppare.

Il team di Dave si è poi arricchito di nuove figure professionali, tra cui sua moglie Janet Gilbert, che molto probabilmente lo hanno aiutato lavorando duramente ai progetti in cui Wadjet Eye Games figurava come publisher.

Ad oggi i risultati si vedono benissimo: Gemini Rue, Resonance, Primordia li ritengo tutti e tre degli ottimi esempi di lavori portati a termine in maniera eccellente.

La serie di Blackwell quindi, non fa altro che scandire e “scolpire nella storia” quello che è il percorso professionale in rapida salita di un gruppo di persone appassionate.

L’idea iniziale di The Blackwell Legacy, il primo titolo della serie, prende originariamente vita in Bestowers of Eternity – Part One (2003), sviluppato da Dave Gilbert sempre con Adventure Game Studio e rilasciato come titolo freeware, titolo che ebbe un grande successo tra i membri della community del tool. Oggi, secondo la descrizione ufficiale nel database di Adventure Game Studio, è da considerare “un lontano cugino” del suo “remake”.

The Blackwell Legacy (2006)

Blackwell Legacy, screenshot

In una New York che non necessita di presentazioni ufficiali si muovono due personaggi legati tra loro da un legame insolito. Si tratta di Rosangela Blackwell e del suo spirito guida, Joey Mallone, un personaggio noir e dotato di quel giusto sarcasmo che solo qualcuno che è morto da tempo presumo sia in grado di possedere. Rosangela è, quindi, una medium: qualcuno che riesce a fare da intermediario tra il mondo fisico e l’al dila’.

Tuttavia quando la conosciamo, non sappiamo niente di tutto questo e non lo sa nemmeno lei.

Quando la vediamo per la prima volta, Rosa è semplicemente una giovane ragazza solitaria che vive nella New York degli anni 2000 e non è la migliore delle sue giornate. La prima scena di The Blackwell Legacy, infatti, apre sul ponte di Brooklyn e su di lei che sta svuotando le ceneri di sua zia nel mare.

Scrittrice freelance per un piccolo giornale (il Village Eye) e orfana dei genitori, l’unico legame che aveva con la sua famiglia era sua zia Lauren la quale pero’, per gran parte della sua vita è stata rinchiusa in una clinica e tenuta sotto sedativi per via di un’acutissima, nonché unica, forma di demenza.

Il piccolo appartamento in cui Rosa vive rispecchia forse il suo animo, introverso al punto che neanche il portiere del palazzo la riesce a riconoscere e le impedisce di tornare a casa.

Nel corso di una giornata che sembrera’ diventare sempre piu’ lunga, entreremo in contatto con il presente, il passato e il futuro di Rosa. A fare da antipasto per quanto ci verra’ presto reso chiaro, ci sono un mal di testa crescente e le telefonate del medico personale di sua zia, che la pressano affinché passi dall’ospedale per un colloquio. “Se non ci vado, continuera’ a cercarmi”, pensa Rosa. Quindi meglio togliersi il pensiero.

Dal medico, oltre ad avere ulteriore luce sulla malattia della zia, verra’ anche avanzata un’inquietante teoria: la sua ereditarieta’. Si’, perché prima che a sua zia, questa malattia è toccata a sua nonna e, di conseguenza, il Dr. Quentin teme che possa toccare anche a Rosa.

Bella cosa, l’idea di ereditare una malattia da una famiglia che non hai mai conosciuto, eh?

Rosa, comunque, non puo’ fermarsi a preoccuparsi della faccenda visto che il suo capo la chiama per dirle di fare un sopralluogo e scrivere un pezzo sul suicidio di una studentessa avvenuto in un campus universitario.

Passa quindi un quarto di gioco prima che queste fitte alla testa trovino spazio nella trama e la rendano piu’ chiara. C’e’ chi si potrebbe lamentare, dicendo che la trama ci impiega forse un po’ troppo tempo a mostrarsi per bene, ma questo è solo l’inizio di una grande avventura ed è secondo me giusto che si prenda il dovuto tempo per mostrarsi.

A quanto pare, quello che si tramandano le donne della famiglia Blackwell è lo spirito di Joey Mallone e il compito di convincere gli spiriti, ignari di essere tali, a “passare oltre” e abbandonare finalmente il mondo fisico.

Una Rosa incredula si trova a dover accettare questo compito, se non altro per evitare di finire come sua zia Lauren: in preda a costanti deliri e confinata in un ospedale. O mangi la minestra…

Plausibilmente, i cinque giochi investono molto nell’investigazione. L’insolito duo dovra’ infatti risolvere numerosi “casi” attraverso dialoghi e osservazioni. Rosa annota tutto su di un taccuino o (nei successivi giochi) su uno smartphone e letteralmente si trovera’ ad unire le proprie scoperte per trovare nuove direzioni da seguire per risolvere i singoli enigmi che sorgeranno durante il gioco.

Altrettanto plausibilmente, i titoli della saga aumenteranno progressivamente di spessore emotivo e letterario arricchendo l’universo di gioco con personaggi, storie e aneddoti molto ben scritti da Dave Gilbert.

Blackwell Unbound (2007)

Blackwell Unbound, screenshot

Il secondo titolo della saga, Blackwell Unbound funge da prequel alla serie e ci portera’ a muovere Lauren Blackwell e Joey negli anni ’70, anni in cui era Lauren ad essere la “medium della famiglia”. La caratterizzazione emotiva dei personaggi subisce una sostanziale spinta verso l’alto e alcuni bellissimi momenti di gioco ci obbligano ad immedesimarci e a prenderne coscienza. Ad esempio Lauren, fumatrice accanita e progressivamente piu’ apatica come essere umano, tra “uno spirito e l’altro” dovra’ necessariamente fermarsi, affacciarsi al balcone e fumare una sigaretta. Nonostante sia ambientato negli anni ’70, Blackwell Unbound per buona parte ha un feel piu’ “anni ’30”, poiche’ ci sono personaggi provenienti dall’ambiente della musica jazz.

Il mondo di gioco qui comincia ad arricchirsi di personaggi piu’ oscuri e malvagi che sembrano muoversi tra il mondo fisico e il mondo spirituale, sullo sfondo di una New York a tratti desolata, diventando sempre piu’ importanti e presenti man mano che si andra’ avanti con la serie.

Blackwell Unbound doveva essere soltanto un flashback contenuto all’interno di The Blackwell Convergence (il titolo successivo), ma dal momento che lo sviluppo si è esteso esponenzialmente, è diventato un vero e proprio titolo a sé stante.

A cominciare da questo capitolo, sara’ possibile scegliere di utilizzare alternativamente Lauren\Rosa e Joey e questo spesso e volentieri, oltre a fornire la soluzione ai problemi, puo’ portare anche a divertenti situazioni durante il gioco.

Curiosa (e a mio parere molto intelligentemente spesa) è la scelta di inserire un personaggio realmente esistito all’interno del gioco. Si tratta di Joseph Mitchell, giornalista del New Yorker che dopo aver focalizzato la sua carriera su personaggi eccentrici e ai margini della societa’ aveva improvvisamente smesso di scrivere, presumibilmente dopo aver descritto il personaggio di Joe Gould (che verra’ fuori in Blackwell Convergence).

The Blackwell Convergence (2009)

Blackwell Convergence, screenshot

Il terzo capitolo della serie è ambientato sei mesi dopo Legacy e la cosa che probabilmente lo differenzia di piu’ dai precedenti è l’assenza della meccanica di “unione degli indizi”. Tuttavia sara’ possibile fare uso del PC nell’appartamento di Rosa dove si potranno effettuare ricerche su Oogle (si’, Oogle :V) e usare la posta elettronica su Bmail (si’, anche qua, Bmail :V).

Purtroppo man mano che vado avanti in questa “retrospettiva” è sempre piu’ difficile evitare gli spoiler, per cui sono costretto a ridimensionare le cose che scrivo (a pensarci, forse, non è nemmeno un male :V)

Se gia’ da Unbound si potra’ scegliere quando utilizzare Lauren\Rosa e quando utilizzare Joey, per la prima volta qui si potra’ sfruttare Joey per origliare conversazioni altresi’ inascoltabili. Fa tutto parte del gioco, ma è senza dubbio una cosa che ho trovato interessante.

Se Blackwell Unbound aveva cominciato ad aprire dei vuoti nella backstory dei vari personaggi introdotti, Convergence (considerando che probabilmente doveva avere Unbound al proprio interno) serve a riempirli, anche se non del tutto, conscio che questo compito sarebbe aspettato al quarto e penultimo capitolo della serie: Blackwell Deception.

The Blackwell Deception (2011)

Blackwell Deception, screenshot

The Blackwell Deception rappresenta un altro “punto di svolta” all’interno della serie. Probabilmente (gareggiando all’ultimo pixel contro l’ultimo capitolo The Blackwell Epiphany) rappresenta il titolo piu’ “cupo” di tutti. In Deception prendono forma nuove suggestioni e presenze e vecchie cose rimaste in sospeso cominceranno finalmente a sciogliersi.

A segno del tempo che passa, Rosa avra’ con sé uno smartphone che sostituira’ in tutto e per tutto quello che tanto il suo block notes, quanto il suo PC di casa facevano: Mail, ricerche e annotazioni saranno tutte li’.

Ci saranno nuove scoperte e sfumature circa la backstory della protagonista, che ricevera’ la telefonata di un suo ex collega di quando lavorava al Village Eye e che fara’ da vaso di Pandora per tutta una serie di retroscena che non smetteranno di saltar fuori fino a quando il capitolo non vedra’ i titoli di coda. Rosa ha in maniera sempre piu’ evidente un ruolo più importante di quello che sembra.

Ritengo che giocare a Deception sia come cominciare un viaggio introspettivo che terminera’ solo verso la seconda meta’ dell’ultimo capitolo della serie, The Blackwell Epiphany. Molti dei personaggi (vivi e non) di questo episodio sono persone che sbagliano, che si confondono, che sono insicure e, quindi, sostanzialmente umane. Non mancano neanche nei titoli precedenti questo tipo di personalita’, ma ritengo che in Deception siano meglio costruiti e profondi.

Questo è un episodio che rende qualcosa anche a Joey, permettendo al giocatore di conoscere di piu’ della sua storia e stringere quindi con lui un legame piu’ forte.

The Blackwell Epiphany (2014)

Il gran finale. Per questo capitolo Ben Chandler è stato assunto a tempo pieno da Wadjet Eye Games con il ruolo di Art Director e i risultati sono tangibili. I chiaroscuri, i giochi di riflessi e l’attenzione al dettaglio (che pure non mancava nei precedenti) sono le caratteristiche principali dello stile di Ben Chandler.

La rinnovata veste grafica accompagna il giocatore nell’ultimo capitolo di questo lungo viaggio tra i due piani dell’esistenza. Giocandovi ho spesso e volentieri avvertito il freddo che invade New York di neve. Le strade vuote e congelate, gli edifici abbandonati e un caffé da asporto sempre in tasca sono solo alcuni dei dettagli che contribuiscono a questa sensazione.

Nel corso di questa lunga avventura durata cinque capitoli, la citta’ è diventata progressivamente piu’ scura, come se contemporaneamente rispecchiesse l’animo di Rosa, sempre piu’ abituato e affaticato dalla routine del proprio “compito” di traghettatrice di anime, e identificasse un male crescente da chissa’ quanto tempo e che solo adesso stava prendendo possesso della citta’.

In Epiphany, tante saranno le “epifanie” e pressocché ogni personaggio che si incontrera’ ne avra’ una personale. Dave Gilbert, nel voler ottenere questo è stato molto preciso. Uno dei capisaldi della sua “filosofia”, nella stesura dei titoli della serie è stato il non forzare cio’ che lui riteneva essere palese: come farebbe qualunque persona di buon senso, lascia che i fatti parlino da soli.

Questo potrebbe rappresentare, volendo, un’arma a doppio taglio, soprattutto considerando come si snocciolano, ai limiti del deus ex machina, gli avvenimenti. In un’opera importante come quella che chiude una serie spesso capita che si finisca per rimanere con qualche dubbio quando tutto si è concluso. Voglio pero’ ritenere che in questo caso la quantita’ e la qualita’ del lavoro riescano a sciogliere la maggior parte di questi dubbi, trasformando cio’ che resta in “cibo per la creativita’” piu’ che in vuoti di trama. Potrebbe pero’ non piacere a tutti.

Conclusioni

Blackwell Nighthawks, Ivan Ulyanov

"Blackwell Nighthawks", fanart di Ivan Ulyanov

Se non mi sono dilungato molto sulle meccaniche è perché si tratta di avventure punta e clicca nella loro accezione piu’ comune. Al tasto sinistro del mouse è legata l’azione, al destro l’osservazione. Intelligenti trovate, come “l’unione degli indizi” dei primi due capitoli della serie e il poter muovere alternativamente Rosa e Joey, rappresentano una giusta fuga dalla monotonia nella maggior parte dei casi.

Come gia’ anticipato, la serie è cosparsa di piccole trovate narrative che la rendono speciale.

La grafica, pur mantenendosi lowres, comunque cambia ed evolve da episodio a episodio e invariata resta l’attenzione al dettaglio, risultando in qualcosa di sempre piacevole da vedere e mai “spicciolo”.

La colonna sonora fa un ottimo lavoro nell’accompagnare le avventure paranormali di Joey e Rosa e in Blackwell Unbound ha anche un ruolo piu’ o meno importante, il che per me è sempre un bene.

Ogni gioco ha la possibilita’ di essere rigiocato con i commenti degli sviluppatori ed è una cosa estremamente interessante, se volete conoscere di piu’ sui retroscena della serie.

Per tutti gli appassionati del genere o, comunque, per chi vuole provare a giocare qualcosa che evolve cosi’ come fa questa serie, il consiglio è quello di non pensarci su due volte e giocarci. Io sono di parte sia perché le avventure punta e clicca sono uno dei miei generi preferiti, sia perché ho letto molto su Dave Gilbert, Wadjet Eye Games e la community di Adventure Game Studio (di cui posso dire di far parte) e in generale vorrei che tutti potessero apprezzare il valore di un prodotto anche calcolando la quantita’ di sforzo e passione genuini che sono stati spesi per crearlo.

I primi quattro episodi sono raccolti nel Blackwell Bundle (Steam, GOG, Humble Store) a circa €15, allo stesso prezzo The Blackwell Epiphany (Steam, GOG, Humble Store). Dal 10 luglio i primi tre titoli della serie sono disponibili anche su iOS (seguite i correlati per trovare gli altri titoli).

Voto complessivo alla serie:

9

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Un articolo di LostTrainDude

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Sono videogiocatore dai tempi del seggiolone (ero l'orgoglio della famiglia, riuscendo a battere i primi livelli di R-Type su Amiga a 2 anni) e appassionato di musica e scrittura dai tempi del liceo. Sono uno a cui piace fare un sacco di cose, il problema è che mi piace farle contemporaneamente. Ho conosciuto TheTMO prima per sentito dire (definito "la persona con più videogiochi che abbia mai visto") e poi, un paio d'anni dopo, per visto fare. Da quella volta che giocammo uno contro l'altro a Quoridor, se oggi sono qui a scrivere su Beavers e se siamo finiti a partecipare insieme alle Global Game Jam con la Lonely Crew, è probabilmente perché quella partita la persi. Da lì ho cominciato a condividere grandi avventure esilaranti su Beavers assieme ad Oink, Er'Pupo e Prophet che fanno di questo uno dei posti più belli e divertenti nei quali mi sia trovato a stare da sempre.

14 Luglio 2014
Categoria: Comics, Review

Commenti

2 risposte a “Blackwell Series”

  1. Non so perchè, ma sta cosa del “Fantasma + Medium + metti insieme le prove” mi ricorda molto qualcosa :P

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